ITALIA. Sospetti maltrattamenti e violenza in una famiglia convertita al geovismo. Il caso finisce in tribunale

23 ottobre 2015

Violenza in famiglia, in aula storia tragica

Valli. Donna sposa un amico del figlio, un ragazzo di vent’anni più giovane. La relazione degenera

VALLI. Una famiglia allargata diventa un incubo per una donna di 44 anni che, questo dovrà accertare il processo, sarebbe stata vittima di maltrattamenti. L’imputato è un ragazzo che all’epoca dei fatti aveva 20 anni. La storia risale al 2007. La vittima aveva divorziato dal marito con cui ha avuto due figli, una bambina di appena nove anni e un ragazzo di 15 anni. Quest’ultimo, in quell’anno, stringe amicizia con due fratelli. Uno di essi è l’imputato. Sono tutti ragazzi che hanno alle spalle problemi famigliari. Problemi e sogni condivisi. L’imputato, nonostante la differenza di età intreccia una relazione con la donna. Relazione che diventa fidanzamento.

Nel 2008 decidono di convertirsi e diventano Testimoni di Geova, per poi sposarsi e nel settembre di quell’anno avere un figlio. Il 15enne vede così trasformarsi l’amico in patrigno. Fino alla fine del 2008 la situazione sembra essere tranquilla. All’inizio del 2009 però l’imputato perde il lavoro e sua moglie deve trovarsi un’occupazione per mantenere la famiglia che ora conta tre figli .

L’uomo comincia ad avere anche problemi di alcolismo.Diventa ogni giorno più depresso e violento fino a litigare con il figliastro ed ex-amico che si allontana da casa per andare a vivere con il padre. Intanto si moltiplicano le litigate tra marito e moglie, come quest’ultima riferisce in aula. La violenza diventa da verbale a fisica. Spintoni, tirate di capelli, calci e ginocchiate. Per anni, come lei stessa ha riferito. La donna sopporta perchè non vuole ammettere di aver fallito nel tentare di costruire un progetto di vita con quel giovane. Finchè una sera ha una discussione particolarmente accesa con lui, tornato a casa ubriaco. L’imputato le mette le mani addosso, la strattona e le strappa i vestiti. È il 12 ottobre del 2014. La goccia che fa traboccare il vaso, tanto che la donna decide, dopo essere stata in ospedale, di denunciarlo. Ne esce un quadro drammatico.

Emergerebbero violenze sessuali ai danni della 44enne e, persino, della figliastra da parte dell’imputato (al momento però, queste accuse, sono oggetto di un’altra inchiesta in corso).

Una situazione da incubo, tanto che il tribunale dispone che il giovane non possa più avvicinarsi alla famiglia. Il processo dopo l’audizione dei testi dell’accusa è stato rinviato al 4 aprile del 2016 per ascoltare altre testimonianze.

di Valerio Grosso

 

FONTE: La Sentinella del Canavese

http://lasentinella.gelocal.it/ivrea/cronaca/2015/10/23/news/violenza-in-famiglia-in-aula-storia-tragica-1.12318177

SPECIALISTA RACCONTA LA SUA ESPERIENZA CON VITTIME DI ABUSI NEI TESTIMONI DI GEOVA E SCATTA LA DENUNCIA PER DIFFAMAZIONE DA PARTE DELL’ORGANIZZAZIONE IN SVIZZERA. MAGISTRATO RIGETTA L’ATTO

22 Ottobre 2015

Specialista in psicotraumatologia con competenze nel trattamento dei pazienti affetti da DPTS dichiara “Ogni mio paziente cresciuto nei testimone di Geova, ha subito abusi”. L’associazione dei Testimoni di Geova in Svizzera la denuncia ma il giudice rigetta l’atto.

In un’ intervista rilasciata a WATSON lo scorso maggio, Anne Gunkel fisioterapista, specialista in psicotraumatologia con competenza nel trattamento di  persone affette da disturbo post-traumatico da stress (DPTS), parlando della sua esperienza professionale, aveva raccontato come tra i suoi pazienti vi fossero molte vittime di abusi e violenza sessuale in contesti comunitari e cultuali, in particolare tra ex testimoni di Geova. Al riguardo aveva dichiarato  “praticamente ogni mio paziente cresciuto nei Testimoni di Geova è stato vittima di abusi“. La consulente  aveva spiegato, tra l’altro, che i bambini cresciuti nell’organizzazione geovista subiscono una forte pressione per tutto l’arco dell’infanzia, hanno poche relazioni con il mondo esterno, considerato, secondo il credo della confessione, come viziato e privo, per i non testimoni, di ogni possibilità di sopravvivenza all’evento della fine del mondo.

La consulente, aveva inoltre riferito come gli abusi, consumati all’interno della famiglia o a opera degli stessi anziani di congregazione, venissero tenuti nascosti, spiegando anche che per dimostrare un fatto di violenza sessuale, -in base a una regola interna all’organizzazione-, fosse necessaria la parola di almeno due testimoni, evenienza impossibile secondo la stessa professionista.

Per Anne Gunkel, le sorti della vittima non sarebbero d’interesse per i Testimoni di Geova, mentre altro trattamento riceverebbe il colpevole o l’aggressore eventualmente estromesso, che con un un atto di pentimento, verrebbe reintegrato nell’organizzazione. Alla domanda postale su chi avesse il compito di intervenire, la specialista aveva risposto che lo Stato dovrebbe provvedere al monitoraggio di un’organizzazione che, a suo parere, si configura come una setta antidemocratica. Secondo il Rapporto annuale 2014 redatto dall’accreditato centro INFOSEKTE, di cui si fa cenno in un riquadro nel medesimo articolo, le maggiori richieste di informazioni e consulenza concernono proprio Testimoni di Geova e Scientology, con un significativo aumento nel corso degli anni. In particolare per il centro, queste due confessioni, presenterebbero alcuni paralleli, tra cui l’ignorare esigenze e diritti dei minori.

La risposta dell’Associazione svizzera dei Testimoni di Geova alle considerazioni di Anne Gunkel, non si era fatta attendere e il 14 luglio, l’avvocato incaricato Olivier Huber, aveva sporto denuncia nei suoi confronti per diffamazione. Il parere sul caso è arrivato questo mercoledì. Per la procura non sussistono le condizioni che giustifichino l’apertura di un procedimento, in quanto le osservazioni di Anne Gunkel non fanno espresso riferimento all’Associazione dei Testimoni di Geova in Svizzera, ma alla comunità religiosa in generale.

Anne Gunkel ha espresso soddisfazione per la decisione, mentre l’avvocato Huber, non ha rilasciato al momento commenti. Anche per Hugo Stamm, noto e riconosciuto esperto di culti abusanti, (a sua volta oggetto di numerose molestie e denunce per la sua attività di sensibilizzazione e prevenzione del fenomeno delle cosiddette sette), la regola dei due testimoni, non solo non consentirebbe di accertare il fatto criminale ma finirebbe col protegge indirettamente il colpevole.

 

Testo liberamente tratto dall’articolo a firma di Rafaela Roth  “Zeugen Jehovas zeigen Beraterin von Missbrauchsopfern wegen übler Nachrede an – und blitzen ab” pubblicato in data 22 ottobre 2015 su Watson

Vedi approfondimenti alla fonte originale:

http://www.watson.ch/Schweiz/Justiz/549251076-Zeugen-Jehovas-zeigen-Beraterin-von-Missbrauchsopfern-wegen-%C3%BCbler-Nachrede-an-%E2%80%93-und-blitzen-ab

Medici agiscono secondo coscienza ed effettuano la trasfusione di sangue sulla donna in coma il cui marito aveva rifiutato il trattamento perché osservanti geovisti

21 Ottobre 2015

Salvata la Testimone di Geova di Modena: effettuata la trasfusione

Modena. La paziente era entrata in una fase critica e i medici hanno agito secondo coscienza nonostante il rifiuto del marito

di Stefano Totaro

MODENA. Scienza e coscienza. Quella donna era entrata in una fase critica e di fronte al bivio ineluttabile tra la vita e la morte i medici hanno scelto per la vita. Non potevano tirarsi indietro e così hanno fatto: le hanno effettuato una trasfusione di sangue. Un intervento in questo caso salvavita ma comunque diffuso, vien da dire pressoché di routine in certi casi in presenza di patologie specifiche che lo prevedono.

TRASFUSIONE SOTTO ACCUSA. Ma non in questo. Questa trasfusione era finita sul banco degli imputati, sul confine tra due volontà precise, quella di salvare una vita e quella di obbedire alla fede che anima un credo e che quindi ha delle sue proprie regole. Tra queste, trattandosi di Testimoni di Geova, di non mischiare il sangue, di non effettuare quindi alcuna trasfusione con sangue di altre persone. È il caso di questa coppia, marito e moglie, due fervidi credenti questa confessione.

Purtroppo la donna, che è ricoverata all’ospedale di Baggiovara, da tempo è in coma e per questo il giudice ha nominato il marito suo amministratore di sostegno. Essere amministratori di sostegno significa avere la facoltà, perchè in precedenza così è stato da entrambi stabilito, di prendere decisioni fondamentali qualora l’altro non possa più farlo, non sia più in grado nè di intendere nè di comunicare.

CONIUGE OSSERVANTE.E il coniuge, fedele alla linea della sua confessione, ha detto no alla possibiltà di sottoporre la moglie ad una trasfusione di sangue. I medici hanno spiegato la gravità del caso, la necessità, l’opportunità e il rischio fondatissimo che senza la trasfusione la donna potesse andare incontro al decesso.

Ciononostante il rifiuto del marito tutore è stato confermato.

Poi ieri la svolta. Di fronte ad una crisi, ad un aggravarsi dello stato già gravissimo della donna, i medici hanno agito da medici, secondo coscienza. E hanno praticato la trasfusione alla paziente evitando così che morisse.

RISERBO AUSL. Sulla vicenda l’Ausl mantiene il più stretto riserbo: nessuna informazione, nessuna dichiarazione, nessun comunicato ufficiale. È una vicenda che sicuramente avrà degli strascichi, probabilmente anche giudiziari. Del resto, anche se è la prima volta a Modena, questi casi in Italia si sono nel tempo presentati e sempre hanno scatenato polemiche e aperto ricorsi giudiziari.

Come abbiamo raccontato ieri, di fronte a questo caso con paziente Testimone di Geova e il conseguente rifiuto di sottoporre il malato ad una trasfusione, i medici di Baggiovara hanno avvisato la direzione generale dell’Ausl che ha messo in moto la cosiddetta procedura di “volontaria giurisdizione”.

L’azienda sanitaria modenese ha cioè percorso l’unica strada possibile: ha contattato il Tribunale civile per cercare un giudice, una autorità al quale sottoporre la questione sottolineando il caso.

PERICOLO DI VITA. E cioè il rischio di vita della paziente e le probabili conseguenze di una mancata trasfusione. Non solo: chiedendo pure un parere che in qualche modo autorizzasse a procedere alla trasfusione anche a fronte del diniego del marito-tutore.

Una procedura di “volontaria giurisdizione” o, come la si vuole leggere, una specie di opportuna “liberatoria”, un’autorizzazione a procedere sottoscritta in forma ufficiale da un giudice.

Ora non si sa cosa sia successo ieri, se cioè sia arrivato una specie di nulla osta dal tribunale. Dall’Ausl, come detto, soltanto silenzi.

Ma sta di fatto che la trasfusione è stata effettuata alla paziente: la donna è viva, sempre ricoverata nell’ospedale di Baggiovara in gravi condizioni. Non sono ancora note le reazioni del coniuge, che sull’argomento aveva espresso chiare opinioni.

 

FONTE: GAZZETTA DI MODENA

http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2015/10/21/news/donna-salvata-effettuata-la-trasfusione-1.12300464

ITALIA. Testimone di Geova rifiuta trasfusione per la moglie in coma. ASL attiva procedura per autorizzazione al trattamento presso Tribunale civile

20 Ottobre 2015

Una trasfusione può salvare una donna in coma, il marito-tutore rifiuta: “Siamo testimoni di Geova”

La risposta che si trova nella propria fede può essere dolorosa, tanto quanto vedere la propria compagna di vita morire. Sta succedendo all’ospedale di Baggiovara, in provincia di Modena, dove una donna da giorni si trova in coma, in gravi condizioni; il giudice ha nominato il marito amministratore di sostegno. L’uomo, autorizzato a prendere decisioni al posto della moglie, ha rifiutato la proposta dei medici di fare delle trasfusioni, da loro considerata l’unica soluzione per salvare la donna, ma il marito ha rifiutato perché entrambi sono testimoni di Geova.

Questa religione infatti, vieta ai suoi fedeli di accettare del sangue proveniente da altre persone dal 1945, anno a cui risale un articolo sulla “Torre di Guardia”, un testo secondo il quale il divieto di trasfusioni è riportato nella Bibbia. Non è la prima volta che un caso simile fa discutere e scuole l’opinione pubblica. Ogni volta, il Servizio sanitario nazionale e lo Stato si trovano divisi tra adempiere il loro dovere medico e il rispetto dei credo religiosi dei loro pazienti.

Nonostante i medici abbiano spiegato al marito la gravità della situazione, l’uomo ha ribadito il suo no. Non potendo procedere con la trasfusione, i dottori si sono rivolti al tribunale civile per ottenere l’autorizzazione di un giudice ma, al momento, nessuno ha firmato i documenti per l’autorizzazione. Come riporta la Gazzetta di Modena:

I medici di Baggiovara hanno avvisato la direzione generale dell’Ausl che ha messo in moto la procedura che di solito sui usa in questi casi. L’azienda sanitaria ieri ha contattato il Tribunale civile per cercare un giudice al quale sottoporre la questione sottolineando il rischio di vita della paziente e le probabili conseguenze di una mancata trasfusione e chiedendo un parere che in qualche modo autorizzasse a procedere alla trasfusione anche a fronte del diniego del marito-tutore. È una procedura di “volontaria giurisdizione”.

 

FONTE: L’HUFFINGTON POST

http://www.huffingtonpost.it/2015/10/20/testimoni-geova-rifiuto-trasfusione-modena_n_8335600.html

 

Regno Unito. Carcere per un Testimone di Geova colpevole di atti sessuali con una minore

15 Ottobre 2015

Testimone di Geova condannato a due anni e otto mesi per atti sessuali con una ragazzina di 15 anni

Un testimone di Geova di Stratford (Londra), che ha compiuto atti sessuali con una minorenne di 15 anni, ha dichiarato al giudice di  “aver combattuto per 7-8 anni con quei demoni“. Ma i motivi adotti da Craig Allen, che si dice abbia avuto il sostegno dei Testimoni di Geova per non finire in prigione, non hanno funzionato con un magistrato della Warwick Crown Court. L’uomo, di 43 anni, è stato infatti condannato a 2 anni e otto mesi di reclusione e ne è stata ordinata la sua iscrizione nel registro dei molestatori sessuali a vita dopo che si è è dichiarato colpevole di due capi d’imputazione per attività sessuali con una minore.

Il procuratore Andrew Wallace ha riferito che Allen aveva conosciuto la giovane vittima a metà dell’anno 2000 attraverso la chiesa geovista.  La minore, oggi 20enne, ha raccontato che in un’occasione nella quale l’uomo le diede un passaggio, pur pienamente a conoscenza della sua età, la toccò sessualmente.

La minore non si oppose e non narrò ad alcuno l’accaduto, successivamente ci furono altri episodi consensuali, inclusi vari tipi di attività sessuale, ma non il rapporto sessuale completo.

Qualcuno che aveva avuto il sospetto di quello che stava succedendo tra Allen e e la ragazzina, ne aveva parlato con la madre della  giovane, ma quando la donna aveva contestato a sua figlia e ad Allen ciò di cui era venuta a conoscenza entrambi avevano negato.

Le cose finirono quando  la ragazza cominciò a sentirsi in colpa, decidendo, lo scorso anno, di contattare la polizia.

Quando Allen è stato interrogato dalla polizia ha ammesso che gli episodi erano avvenuti, ma ha sostenuto che era la ragazza ad aver assunto il comando.

Elizabeth Power, il legale difensore, ha fatto osservare che Allen, che ha un figlio e una figlia oggi entrambi ventenni, aveva partecipato volontariamente al colloquio con la polizia ammettendo i fatti contestatigli. “Lui non  si è imposto ma era l’adulto e lei una bambina. Sostiene che era debole e di essere stato attratto da lei. Negli ultimi sette, otto anni ha combattuto contro quei demoni“. Il legale ha anche ricordato che Allen ha contratto dei debiti ed è colui che provvede economicamente alla sua famiglia.

Il giudice Sylvia de Bertodano, ha evidenziato che sebbene la giovane abbia partecipato agli atti sessuali, Allen aveva approfittato di lei in ragione della sua maggiore età.

Questo ha di fatto rovinato la sua reputazione. Lei è fortunato ad avere una moglie che le sta vicino e una chiesa che l’appoggia“, ha aggiunto il giudice de Bertodano, che ha infine dichiarato che l’adulto che prende parte ad attività sessuali coi bambini, deve andare in prigione.

FONTE DELLA NOTIZIA: STRATFORD OBSERVER

http://stratfordobserver.co.uk/news/jehovahs-witness-jailed-for-sexual-activity-with-a-child-8997/

PRIMO: NON INFANGARE IL NOME DI GEOVA. (seconda e ultima parte)

Ottobre 2015

LA STORIA DI LOUISE PALMER VITTIMA DI ABUSO SESSUALE INFANTILE E DEL SILENZIO DEGLI ANZIANI DI CONGREGAZIONE E DELLA SUA STESSA FAMIGLIA

Louise Palmer è una giovane donna che ha sofferto in silenzio e taciuto per decenni la sua storia di bambina violata sessualmente. Oggi ha rinunciato all’anonimato, ha denunciato il suo stupratore e conduce una importante campagna pubblica per esporre le politiche fallimentari di gestione dell’abuso sessuale minorile e le coperture dei casi di abuso, dell’organizzazione geovista.

L’uomo che l’ha violata era suo fratello, condannato per reati sessuali a 14 anni di reclusione. L’orrore si è consumato nel contesto di una famiglia di fedeli geovisti, ma né i genitori di Louise, né la stessa organizzazione l’hanno sostenuta in alcun modo. Quello che invece hanno fatto è stato suggerirle di non parlare, di confidare esclusivamente in Geova, prendendo esempio da altre donne che come lei avevano subito violenza e superato il trauma grazie alla sola preghiera. Genitori e anziani l’hanno scoraggiata dal cercare consulenza esterna…perché la prima “regola” non dichiarata della chiesa, così come hanno messo in luce tante, troppe storie analoghe a quella di Louise o la recente inchiesta governativa della Commissione Reale australiana, di cui abbiamo parlato in altri post, è: NON INFANGARE IL NOME DI GEOVA.

La vicenda di Louise è stata narrata nei giorni scorsi da Jeanette Oldham e dalla stessa Louise e pubblicata sul MIRROR. Ne abbiamo tradotto la prima parte, consultabile al link di seguito:

https://associazionevittimetorrediguardia.wordpress.com/2015/10/11/vittima-di-abuso-sessuale-infantile-da-parte-del-fratello-maggiore-lo-rivela-ai-genitori-testimoni-di-geova-e-agli-anziani-di-congregazione-tutti-tacciono-per-non-infangare-il-nome-di-dio-condannat/

Questa è la parte conclusiva.

[…] Il fratello di Louise, Richard Davenport  era  entrato e uscito dalla sua vita, ma una volta, sulla strada di ritorno da un cinema, menzionò quello che aveva fatto quando Louise era appena adolescente. Lei ricorda : “Disse che pensava dovessimo confessarlo a mamma e papà. Io non volli poiché temevo sarei finita nei guai dato che l’avevo tenuto segreto. Ora so che era controllante e manipolatore. La sua era una psicologia inversa, del tipo <<Adesso dimenticalo, ti ho dato  la possibilità di raccontare…>>

Per anni quello che è accaduto nel caravan, è rimasto segreto perché Louise, che era diventata mamma e successivamente divorziata, ha cercato coraggiosamente di portare avanti la sua vita come Testimone di Geova. Ma questo cambiò quando Davenport tornato a casa dei genitori, si comportava come se nulla fosse accaduto, mentre una ragazzina, una parente, sedeva sulle sue ginocchia.

Stavamo parlando d’infanzia e mio fratello ha detto rivolgendosi a me: <<Non è stata così brutta come ricordi>>. Ho risposto che lo era stata, ma lui ha sostenuto ancora che non era così. La combinazione della ragazzina seduta sulle sue ginocchia e lui che parlava della mia infanzia … all’improvviso, in quel momento, tutto mi è tornato alla mente” .

Louise finì in una spirale autodistruttiva.

Ha dichiarato: “Bevevo, facevo cose di cui non ero orgogliosa, andavo di nascosto in discoteca, avevo fidanzati segreti e  ho avuto difficoltà con la mia autostima…. Punivo me stessa per quello che mi era successo e non mi sono mai rispettata. Desideravo qualcuno che mi amasse “.

Nel 2005 ne parlò a suo padre, un rispettato anziano dei Testimoni di Geova, e lui crollò a terra.

Altri tre leader di sesso maschile della chiesa erano stati invitati ad ascoltare quello che Louise aveva rivelato.

Louise ha affermato che erano comprensivi, ma la esortarono a non cercare consulenza perché avrebbe portato vergogna alla religione.

Le dissero: “Se desideri ottenere consigli, rivolgiti a noi“. Ma perché avrei dovuto andare a parlare a tre uomini dei miei abusi sessuali ? Louise apprese poi della “regola dei due testimoni”.

Una regola oggi messa in discussione dagli attivisti che temono che altre vittime, come Louise, restino inascoltate.

Quando i genitori, Diane e Trevor, furono faccia a faccia con i due figli, Richard Davenport negò lo stupro, ma crollò. Louise ha ricordato: “Mio fratello implorava: <<Per favore, non dirlo alla polizia … non ho la stoffa per il carcere, non voglio finire in  prigione>>. Era un nuovo ricatto emotivo. Significava “io sono il tuo fratello, ti voglio bene, abbiamo entrambi famiglia adesso “.

Louise  accettò di non andare alla polizia, ma cambiò idea nel 2013, quando i suoi genitori invitarono il figlio e la sua famiglia in vacanza vicino a dove lei risiedeva. Temeva di poter imbattersi in lui e chiese a suo padre di annullare l’invito.

Il padre rifiutò e quando Louise lasciò la religione i suoi genitori ruppero i rapporti con lei. Davenport è stato arrestato nella sua casa di Tayvallich, Argll e Bute.

Louise, che ora è fidanzata con Kevin, di 36 anni, ha detto dei suoi genitori e del fratello: “Non posso perdonare. Sapendo che mi mandarono via, pur conoscendo quello che lui aveva fatto, non c’è modo per farli rientrare nella mia vita. Hanno sbagliato troppe volte“.

Louise is now starting a new life Kevin Tucker
Louise Palmer con il suo attuale compagno Kevin

Il portavoce dei  testimoni di Geova ha dichiarato  “Richard Davenport non è mai stato un Testimone di Geova. Noi aborriamo gli abusi sui minori. La sicurezza dei nostri figli è della massima importanza“.

Il padre, Trevor Davenport, ha rifiutato di commentare.

FONTE: MIRROR

http://www.mirror.co.uk/news/uk-news/victim-says-can-never-forgive-6612185

NOTA: Sulla vicenda vedi anche articolo a cura della stessa autrice. pubblicato sul Birmingham MAIL. al link di seguito

http://www.birminghammail.co.uk/news/midlands-news/abused-brother-shunned-jehovahs-witnesses-10233281

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, ci scusiamo per eventuali errori.

Uomo diventato testimone di Geova, si suicida confessando tre omicidi nel biglietto di addio

12 Ottobre 2015

IL SERIAL KILLER CONVERTITO A GEOVA

La sua conversione non è servita a riconciliare il suo oscuro passato con la sua nuova vita e Richard  Dorrough, un trentassettenne convertitosi alla fede dei Testimoni di Geova, si è sparato togliendosi la vita. Nella nota di addio ha ammesso di essere l’autore dell’omicidio di tre persone ma non ha rivelato né i loro nomi né quando e dove i crimini siano stati commessi

La polizia WA hanno lanciato un appello per informazioni su ex marinaio della Marina australiana, Ri

Alcuni mesi prima del suo suicidio avvenuto nell’agosto dello scorso annoRichard Dorrough aveva ricevuto la visita di alcuni Testimoni di Geova in predicazione che avevano bussato alla sua porta, decidendo così di aderire al culto geovista. Come scrive quest’oggi Grant Taylor,articolista del quotidiano The West Australian, Dorrough, ex marinaio della Royal Australian Navy, non è stato tuttavia in grado di riconciliare il suo oscuro passato con la sua nuova vita, decidendo di porre fine alla sua esistenza. Il giornale australiano ha potuto ora rivelare, che nel biglietto d’addio lasciato dall’uomo, costui aveva confessato l’omicidio di tre persone ma senza fornire particolari sui crimini. Per la polizia la sua prima vittima sarebbe stata Sara-Lee Davey, una ventunenne scomparsa da Broome, il 14 gennaio 1997. Dorrough era stato subito tra i sospettati, ma la polizia non aveva trovato prove sufficienti per giungere a un’incriminazione.

Un’ altra vittima, di cui si attribuisce l’assassinio a Dorrough, sarebbe Rachael Campbell, una giovane prostituta, il cui corpo fu rinvenuto nudo riverso nel parcheggio di una chiesa nel sobborgo di  Rosebery a Sidney. Prima di essere uccisa la donna era stata violentata e presentava multiple ferite di arma da taglio sul collo e morsi e ferite sulle braccia. Benché fosse stato trovato del DNA sul suo corpo, la polizia non era stata in grado, all’epoca, di accertarne l’appartenenza a Richard Dorrough.  

Nel luglio del 1999 Dorrough venne accusato di omicidio per aver intenzionalmente tentato di investire un pedone con la sua auto. Un giudice lo condannò a 5 anni di reclusione, ma riottenne la libertà dopo aver scontato la pena minima prevista di 12 mesi.

Nel 2009 venne arrestato dalla polizia del Nuovo Galles del Sud poiché nuovi esami disposti sul DNA ritrovato sul corpo di Rachael Campbell avevano evidenziato una corrispondenza con il suo. Tuttavia il processo scagionò Dorrough.

L’identità della terza vittima rimane un mistero ed è a tutt’oggi oggetto di un’indagine nazionale.

FONTE DELLA NOTIZIA:

https://au.news.yahoo.com/thewest/wa/a/29791134/serial-killer-converted-to-god/

Vedi altre notizie sulla vicenda qui:

http://www.theaustralian.com.au/news/former-australian-navy-mechanic-richard-dorrough-confesses-to-three-murders-before-death/story-e6frg6n6-1227564391135