LA MIA BATTAGLIA PER ESSERE UNA BAMBINA. STORIA DI V. NATA E CRESCIUTA NEI TESTIMONI DI GEOVA (seconda e ultima parte)

Ottobre 2015

Nota: LEGGI LA PRIMA PARTE DELLA STORIA DI V., QUI

https://associazionevittimetorrediguardia.wordpress.com/2015/09/25/la-mia-vita-nei-testimoni-di-geova/

Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.

Vangelo di Marco 9,42

STORIA DI V. (seconda e ultima parte)

La bambina che era stata violata non disse nulla. Sentiva soltanto, come sento ancora, inalterato, un senso profondo di orrore, sporco, schifo, vergogna e ancora orrore, sporco, schifo e vergogna.  Ma la bambina che ero, tacque. Forse non conosceva le parole, forse nessuna parola poteva bastare, forse non esistevano parole per dirlo…E le parole non dette hanno continuato a schiacciarmi come macigni per anni.  Da bambina, le parole trattenute, avevano invece preso la forma di dolorose sensazioni. Tutti i mie sensi erano all’erta e alcuni rumori a cui prima non avevo mai fatto particolare caso, si erano acuiti al punto da farmi male e non riuscire a sopportarli. Ad es., avvertivo distintamente il rumore delle scarpe che calpestavano il suolo e immediatamente mi tornava alla mente, creandomi un forte stato d’ansia, quello fatto dalle le scarpe degli uomini che poggiavano sui sassolini del vialetto di accesso alla Sala del Regno. Anche vedere alcuni  indumenti, come le cravatte, mi arrecava una sorta di perdurante fastidio. Cominciai inoltre a deglutire a fatica durante i pasti, sintomo che mi ha accompagnato sino a oggi, al punto che devo masticare con estrema lentezza o quando devo ingerire una pastiglia sono costretta a sminuzzarla finemente per ridurla in polvere.

Quando tornai a casa, dopo quella notte, sembravo soltanto una piccola ossessa…continuavo a ripetere che non volevo più recarmi in quel posto, che non ci avrei più messo piede, che non dovevamo mandarmici più, che per niente al mondo ci sarei tornata…Ai miei genitori, in quel momento, suppongo apparissi come una sciocca bambina ingrata, recalcitrante e indomabile e se si erano fatti l’aspettativa di placare la mia ribellione, affidandomi alle “cure” chi forse si era reso disponibile per aiutarli nell’incarico, l’esperimento era miseramente fallito.

Non so quali furono realmente gli eventuali accordi intercorsi tra la mia famiglia e la famiglia dell’anziano, posso solo affidarmi alle mie congetture di adulta, d’altra parte i miei genitori non erano soliti dare risposte alle mie domande in merito alle loro decisioni, divieti o imposizioni. I miei “perché?” erano immancabilmente destinati a cadere nel vuoto o nella migliore delle ipotesi ricevevo spiegazioni striminzite, risposte tanto laconiche quanto fredde e scostanti se non umilianti.

Per ogni “perché?” d’altra parte valeva sempre e comunque la medesima risposta, “perché è la volontà di Geova Dio”.

Vedevano in me solo una bambina capricciosa, indisciplinata, testarda e disobbediente, e mi chiedo se si siano mai interrogati sui motivi del mio comportamento oltre a cercare in ogni modo di correggerlo per plasmarmi secondo “la volontà di Geova Dio” .

Quello che so è che col tempo la bambina si trasformò in una adolescente irriducibile e ribelle, quantomeno dal loro punto di vista. Nonostante tutto io continuavo a cercare la loro comprensione, a sperare volessero ascoltare il mio cuore e confrontarsi con me rispettando le mie opinioni e il mio sentire, in altri termini, cullavo l’intimo sogno di essere amata e accettata per quella che ero. Desideravo soltanto amore. Ma era appunto nulla più di un bellissimo sogno e ogni nuova delusione finiva solo per amareggiarmi e peggiorare ulteriormente le cose, tanto che la conflittualità familiare raggiunse livelli insopportabili e fui letteralmente cacciata di casa.

Il senso di solitudine che accompagnò la mia fanciullezza di tanto in tanto lasciava posto a una sensazione di calore e di allegria quando avevo modo di frequentare una zia a cui sono rimasta profondamente legata. Lei mi ascoltava, mi consolava e mi capiva. Sapeva immedesimarsi nel mio universo di fanciulla e aveva chiaro quello che può ritrovarsi a vivere un bambino obbligato a seguire una religione rigida che oltretutto lo spaventa. Non era  una testimone di Geova e credo fu questo il motivo per cui, per un certo tempo, scattò anche il divieto di parlarle al telefono. Con mio fratello purtroppo non vi fu quella complicità che forse avrebbe aiutato entrambi. Benché lui ricevesse un trattamento di favore da parte dei nostri genitori perché accondiscendeva senza battere ciglio a ogni loro richiesta, temo possa aver assaporato a sua volta la mia stessa infelicità. Infondo ci si curava d lui semplicemente perché non obiettava mai, non si opponeva, non diceva mai “no” e non chiedeva mai ” perché? “. Né io né lui fummo comunque in grado di costruire un ponte tra noi, benché un legame di sangue e di affetto ci unisse indissolubilmente, restammo due mondi separati sotto lo stesso tetto.

Come adolescente sentivo ripetermi sempre più spesso che dovevo andarmene da quella casa, la “loro casa”, e una sera mi sbatterono fuori, sistemando le mie poche cose vicino all’ingresso. Mi trasferii presso l’abitazione del mio compagno dell’epoca. Nella sua famiglia solo sua madre era testimone di Geova.Il giorno dopo mio padre fu colto da infarto, (poi ristabilitosi), e io accusata di esserne la causa per via delle preoccupazioni che arrecavo alla famiglia. Anche in casa del mio compagno le cose non andarono meglio. Il mio disinteresse al credo geovista e il mio sentirmi libera in tal senso, veniva interpretato dalla madre del mio fidanzatino come una mancanza di rispetto verso Geova e io tacciata di inculcare idee malvagie nel figlio piccolo. Così venne chiamata  mia madre e io rispedita a casa, naturalmente sbattendomi in faccia la mia ennesima colpa.
Ero stata riaccolta in famiglia ma non ero certamente la benvenuta e non se ne faceva mistero. A tavola, quasi fosse un’appestata, mia madre arrivò a dire:“non riesco a mangiare con quella lì che mi guarda”.
Oppure mi si rimproverava puntualmente di essere un’incapace al confronto dei miei coetanei testimoni  di Geova “Guarda dove sono arrivati loro, hanno fatto carriera, tutti i fratelli e sorelle si complimentano ”. In alcune circostanze l’umiliazione infertami fu particolarmente difficile da tollerare:“non mi interessa cosa fai per guadagnare, per me puoi anche darla via, basta che ti guadagni soldi e te ne vai”, e ancora, “se sapevo che venivi fuori così non ti mettevo al mondo”.

Dopo diversi anni e altre traversie, conobbi infine l’uomo che ora è mio marito e col quale ho avuto uno splendido bambino, e da quel momento ho vissuto 5 anni lontano da casa dei miei.

Poi mi sono riavvicinata perché mia madre si è ammalata gravemente.  Prevedibilmente mi sono sono ritrovata ad avere a che fare con i loro “ fratelli e sorelle spirituali”, che, per quanto ho saputo stanno  gestendo tutte le loro questioni personali, comprese quelle relative alla salute di mia madre e mio padre, ma certo non gratuitamente, benché i miei vivano solo della loro modesta pensione.
I Testimoni di Geova che si stanno, a loro dire, prodigando per sostenere psicologicamente i miei genitori, possiedono anche un duplicato delle chiavi di casa e il pin della carta Postamat che era andata persa e il cui smarrimento, se non fossi personalmente intervenuta, avevano curiosamente evitato di denunciare. A parte il dichiarato supporto morale, nessuno di questi fratelli si è mai occupato di sciacquare due piatti o di rassettare l’appartamento. Un’assistente sociale che sta seguendo i miei genitori, mi ha raccontato che sapeva dell’esistenza di mio fratello ma non della mia perché non le era mai stata riferita da alcuno.

Vorrei stare vicina ai miei genitori e prendermene cura, al di là di tutto, anche del sospetto che di tanto in tanto mi coglie, che forse mia madre possa aver intuito, in passato, qualcosa della violenza che subii a 9 anni, ma lo stretto cordone dei fedeli geovisti, non mi consente di avvicinarmi più di tanto. Non demordo, come non smetterò di lottare e sperare di poter essere stretta tra le loro braccia e di stringerli a me, di lasciare scorrere il fiume di lacrime che per anni ho pianto in silenzio e che forse hanno pianto anche loro, di abbattere una volta per tutte quel muro invalicabile che non ci ha permesso di essere una famiglia unita e complice oltre le differenti vedute e credenze. Nessuna religione, mi dico, dovrebbe separare e dividere gli individui, renderli prigionieri inconsapevoli di precetti e regole che superano la comprensione, l’affetto e la dedizione per i propri cari e per il prossimo, nessun credo dovrebbe mai e poi mai sacrificare i diritti e la serenità di un bambino, nessun Dio, comunque lo si voglia chiamare, penso lo vorrebbe mai.

Storia narrata da una collaboratrice dell’Associazione Viittime della Torre di Guardia

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